Museo Archeologico Nazionale

Chi entra in questo museo di Sperlonga,
tempio omerico d’occidente
unico nel mondo al margine del mare di Ulisse,
sotto l’aquila di Zeus re degli immortali
e di Tiberio reggitore dell’impero di Roma erede di Ilio,
custodisce sempre nel cuore il ricordo dell’autunno 1957
quando il popolo di Sperlonga impedì con tenace impegno
che i preziosi reperti appena scoperti
fossero trasportati nell’onnivora Roma,
gloria alle fiere donne in stola nera,
ai ragazzi impavidi amantissimi della terra natia,
per aver intuito che il bene archeologico
deve restare là dove è venuto alle prode della luce,
testimonianza – memoria – storia perenne.

Marcello Gigante – Premio Grotta di Tiberio 1998

Premessa

Durante la realizzazione della strada litoranea Flacca nel 1957 venne alla luce un deposito di frammenti marmorei enorme per quantità e straordinario per l’inusitata mole di alcuni blocchi dalle dimensioni gigantesche.

La sistematica campagna di scavi nella zona dove si trova il monumento noto come Grotta o Antro di Tiberio all’estremità orientale della spiaggia dell’ “Angolo”, che faceva parte del comprensorio in cui aveva sede la villa dell’Imperatore Tiberio, portò alla più importante scoperta archeologica di quegli anni.

I numerosi frammenti scultorei (oltre 5000), si rivelarono di altissimo interesse storico e artistico, trattandosi, in alcuni casi, di originali greci di età ellenistica (180 a.C. circa).

Sulla scorta del rinvenimento di una iscrizione che recava i nomi degli scultori Agesandro, Atenadoro e Polidoro, autori del “Laocoonte”, si suppose (G. Jacopi) che i giganteschi reperti appartenessero all’originale della statua. Ma una ricostruzione più serena e ragionata portò, invece, ad identificare nei gruppi marmorei una serie di episodi del ritorno di Ulisse in patria. Per studiarli e ricomporli, si pensò di trasportare a Roma i reperti. Ne nacque una specie di sommossa popolare.

Gli sperlongani chiesero che le cose rinvenute fossero lasciate sul posto e organizzarono picchetti e blocchi stradali per impedire la partenza del prezioso materiale.

Nacque l’esigenza di dare alloggio e sistemazione ai reperti, e fu così che a poca distanza dal luogo del rinvenimento è stato realizzato nel 1963 il Museo Archeologico Nazionale (si trova a circa un chilometro dal paese, lungo la via Flacca) che conserva la monumentale decorazione marmorea della Grotta di Tiberio e reperti dell’arredo del complesso residenziale incluso nell’area archeologica annessa al Museo (4 gruppi scultorei monumentali di soggetto omerico, teste ritratto, statue di divinità, maschere, ecc.).

Il sito Archeologico

La dimora, di cui le indagini effettuate a partire dal 1957 hanno riportato in luce solo una minima parte costituita da una serie di corpi di fabbrica disposti su terrazze digradanti tra i quali si riconoscono i quartieri di servizio, un lungo portico e un padiglione “a mare” (cenatio estiva), sorse su una precedente villa marittima di età tardo-repubblicana forse appartenente ad Aufidius Lurco, il nonno materno di Livia originario dell’ager fundanus.

Agli inizi dell’età imperiale, in concomitanza con un radicale intervento di ristrutturazione, l’antro, che si inquadrava in un monumentale prospetto architettonico – in parte lasciato nella forma naturale e in parte modificato con murature – venne trasformato in paesaggio mitologico.

All’interno furono ricavati due ambienti prospettanti su una piscina circolare (diam. m. 12) collegata a una grande vasca esterna rettangolare comunicante a sua volta con una più piccola di forma ovoidale dal fondo loculato.

E’ presumibile che in questo articolato sistema di piscinae, si debba riconoscere uno di quei costosi e raffinati vivaria che i ricchi possidenti romani usarono impiantare nelle ville, soprattutto della costa campano laziale, per l’allevamento di frutti di mare e di specie ittiche pregiate.

Al centro della vasca rettangolare fu realizzata un’insula destinata ad accogliere un triclinio, punto di osservazione

privilegiato dello straordinario allestimento scultoreo ispirato ai poemi omerici in cui si sono riconosciuti quattro gruppi principali raffiguranti le imprese di Ulisse e le peregrinazioni del nostos: accecamento di Polifemo, assalto del mostro Scilla alla nave, ratto del Palladio e infine il cd. Pasquino, identificato con Ulisse che trascina il corpo di Achille. Numerosi altri elementi vennero poi ad ampliare questa “Odissea di marmo” con la statua di Ganimede rapito dall’aquila di Zeus posta in alto, ad ornamento dell’apertura della caverna.

A circa quarant’anni dal loro ritrovamento fortuito, senz’altro una delle scoperte archeologiche più sensazionali del secolo, molti dei problemi sollevati dalle colossali sculture circa la loro ricomposizione, interpretazione e disposizione nella grotta possono considerarsi sostanzialmente risolti. Non va dimenticato infatti che le statue, ridotte in migliaia di frammenti forse dalla volontà distruttrice della comunità di monaci installatisi nel sito in età tardoantica, sono frutto di un lungo e difficoltoso lavoro, non ancora del tutto compiuto.

Il Museo

Il Museo Archeologico di Sperlonga fu appositamente edificato agli inizi degli anni ’60, su progetto dell’arch. Giorgio Zama, per ospitare i monumentali gruppi marmorei rinvenuti nella celebre grotta che si apre sul mare a sud dell’odierno abitato e che costituiva parte integrante di un vasto complesso residenziale solitamente identificato con il praetorium speluncae posseduto, secondo le fonti storiografiche, da Tiberio nel sinus Amyclanus, alle propaggini degli Aurunci.

L’allestimento museale

La raccolta museale comprende numerosi altri reperti, in massima parte scultorei (maschere teatrali, statue di putti e di fanciulla, oscilla ecc.), riferibili all’apparato decorativo della villa, a tutt’oggi solo parzialmente indagata.

Tra di essi, figurano anche immagini di divinità (erma di Dionisio, erma di Enea, testa di Atena con elmo corinzio, rilievo con Venere Genitrice, satiro, satirello, statua di putto con maschera teatrale) e ritratti di personaggi della famiglia imperiale (Faustina maggiore, testa forse di Saffo), mentre quattro vetrine ad un livello superiore, che fanno da cornice alla nave di Scilla, espongono reperti minuti (vasi attici a figure rosse, terrecotte architettoniche, contenitori in ceramica comune dal I al IX sec. d.C.), oggetti di bronzo e di pasta vitrea, il mosaico con l’iscrizione “NAVIS ARGO PH” ecc., che documentano non solo il gusto per il collezionismo dei proprietari del complesso, ma anche l’ininterrotta continuità di vita del sito fino al periodo postclassico.

Ulteriori Informazioni

Copyright 2011 Sperlonga.org - Tutti i diritti riservati - - Privacy e Note Legali - 21 richieste al database in 0,507 secondi.